Quel disgraziato di un eroe
Gli eroi non sono tutti giovani e belli, sono vecchi e bipolari, sono licantropi esposti alle fasi lunari della gloria, astuti maestri del marketing che si lanciano dal piedistallo della hybris sul quale si erano faticosamente arrampicati per anni. La caduta dell’eroe è parte integrante del topos e nessuna riabilitazione ufficiale può togliere quel retrogusto salmastro che a un tempo ripugna e delizia. La marmorizzazione in vita è un processo molto edificante, e come tale viene a noia per via di quella distanza siderale che si crea fra lo statuario eroe da ammirare e il popolo ammiratore.
6 AGO 20

New York. Gli eroi non sono tutti giovani e belli, sono vecchi e bipolari, sono licantropi esposti alle fasi lunari della gloria, astuti maestri del marketing che si lanciano dal piedistallo della hybris sul quale si erano faticosamente arrampicati per anni. La caduta dell’eroe è parte integrante del topos e nessuna riabilitazione ufficiale può togliere quel retrogusto salmastro che a un tempo ripugna e delizia. La marmorizzazione in vita è un processo molto edificante, e come tale viene a noia per via di quella distanza siderale che si crea fra lo statuario eroe da ammirare e il popolo ammiratore. La caduta, invece, ha il fascino di un oggetto misterioso da consegnare alla posterità per riceverne un giudizio equanime.
Frank Rich, columnist del settimanale New York, dice che la cotta collettiva per eroi che poi si rivelano umanamente antieroici, mentitori, ciarlatani o addirittura criminali da spogliatoio della squadra di baseball è un tratto tipicamente americano, e David Petraeus, Lance Armstrong e Joe Paterno sono soltanto gli esempi più recenti. Le donne si innamorano tendenzialmente degli uomini sbagliati, gli americani fanno lo stesso con gli eroi, li scaricano quando si fanno beccare con le dita nella marmellata (in senso lato), poi si pentono e li riacchiappano, si convincono che a mancare non è stata la qualità ma la fortuna, è stato solo uno sbandamento. A spingere Petraeus giù dalla Rupe Tarpea della reputazione pubblica, dice Rich, non è stata soltanto una signora con i bicipiti sodi (meglio limitarsi ai giudizi sulle parti alte) ma tutto l’impianto adulatorio montato attorno al generale dai tempi dell’Iraq. Il generale che corre tutte le mattine mentre ascolta audiolibri di strategia militare. Il generale con il dottorato a Princeton. Il generale rispettato da politici e reclute. Il generale intellettuale che amava parlare con i giornalisti. Il generale con idee forti rispettate anche da chi non le condivide. Il generale in forma fisica e mentale perfetta, anche se è da una vita che i generali non devono provare la loro prestanza sul campo. Questa era l’immagine di Petraeus che ha fatto innamorare l’America e lo ha spinto sul limitare del baratro, come gli eroi della tragedia greca che dovevano essere ricchi per provare alla città di godere del favore degli dèi, ma poi si trovavano incastrati nel meccanismo della tracotanza proprio a causa della ricchezza. Per gli eroi il vizio inizia dove finisce la virtù, non c’è uno stato cuscinetto a dare spazio di manovra. Paula Broadwell ha dato soltanto l’ultima spinta, quella che ha fatto scivolare il capo della Cia su un account Gmail: “Una volta che il paese ha scoperto che il guardiano dei segreti nazionali era troppo sciocco per nascondere i propri, il suo comando alla Cia non avrebbe più passato il ‘laugh test’”, scrive Rich.
Petraeus corrisponde perfettamente al profilo dell’eroe americano, che è colonizzatore o trasformatore, uomo capace di rimodellare una situazione come il generale ha fatto in Iraq e in Afghanistan. Nel racconto sine ira et studio di Dexter Filkins sul New Yorker, Petraeus è l’uomo che ha cambiato il paradigma intellettuale della guerra e lo ha trasformato in strategia sul campo, un uomo “fortunato, ma non abbastanza”. Se non è riuscito a conquistare tutti i cuori e le menti di iracheni e afghani, è riuscito a conquistare quelli di un marziano compassionevole e di un venusiano con i droni, i presidenti che hanno legittimato una saga fatta innanzitutto di risultati misurabili. Filkins li elenca uno per uno, e il racconto si intreccia con gli scritti di Thomas Ricks, il Tacito di Petraeus che ora è trattato come un agente dell’Ovra che ha passato una vita a fabbricare patacche per alimentare la legacy. Peggio di lui c’è soltanto l’adulatrice in chief Broadwell, dicono i critici, quelli che l’eroe o è a una dimensione e patinato oppure non è. E pazienza se Eisenhower se la faceva con Kay Summersby e fumava quattro pacchetti di sigarette al giorno. Pazienza se per raccontare le avventure di John Kennedy sotto lenzuola esterne alla sua giurisdizione ci vorrebbero mesi. Se l’agiografia di Abramo Lincoln oblitera sconvenienze troppo umane. L’eroe totale, come questi, come Petraeus, è quello che fra le qualità ha quella di saper cadere. Gli eroi omerici sono umbratili e bizzosi. Anche la santità cristiana passa spesso per i rotolamenti nel fango. E l’Antico testamento è pieno di eroi che si macchiano di delitti e tradimenti, a partire da Re Davide, King David.